Domenico Giannantonio

Senza categoria on novembre 9th, 2011 1 Comment

Per fortuna non sempre le cose vanno a finire male.

Riproponiamo una prima lettera inviataci da un lettore e quella successiva che ci segnala la felice conclusione della vicenda del Crostolo a Reggio Emilia.

Gentile Redazione, come mai da oltre un mese e mezzo nel Crostolo non viene immessa dell’acqua? Ridotto ormai totalmente ad un putrido stagno, questo torrente continua a patire non solo per le variazioni meteorologiche stagionali, ma anche, e soprattutto, per la mano distruttiva dell’uomo. Credo siano due i motivi per i quali è impossibile immettervi la famosa e tanto invocata acqua del Secchia: i lavori nel suo “letto” al parco delle Caprette e, soprattutto, la totale devastazione subita ai piedi della “diga” di Rivaltella.

E sì, perché agli occhi del cittadino che abbia un minimo senso di rispetto per la natura, quello che è stato fatto ai piedi della diga è uno scempio che grida vendetta al cospetto non della Divina Provvidenza, ma almeno della legge umana, di quella legge che dovrebbe far sì che tutti viviamo civilmente in un mondo dove il rispetto non è solo una parola, ma un fatto concreto. Così, non posso restare in silenzio, come cittadino, di fronte al fatto che ai piedi della diga il Crostolo è stato cancellato, raso al suolo – letteralmente – sostituito da un tremendo canale scavato da una ruspa, lasciato privo dei suoi argini naturali, desertificato dalla vegetazione che fino a non molto tempo fa ne cingeva rigogliosa l’alveo. E tutto ciò che di bello era allora, oggi è stato cancellato, devastato.

Sotto gli occhi di tutti coloro che avrebbero dovuto controllare, ma che evidentemente non hanno fatto nulla per fermare lo scempio. Come si può quindi parlare di parchi fluviali, di zone verdi, di acque chiare, di biennali di paesaggi, quando non si è fatto nulla per evitare la distruzione della natura in quelle stesse zone per le quali si sprecano aggettivi così altisonanti?

E, ritornando su un piano pragmatico, dove finirà l’acqua qualora dovessero arrivare le autunnali piogge spesso torrenziali, dato che non c’è più un alveo? Allagherà la fattoria che si trova là poco distante? E cosa ne facciamo dell’acqua ormai marcia che si trova dietro la diga e che non può essere fatta defluire perché non avrebbe la via dove poter scorrere e che sta lentamente ma inesorabilmente uccidendo la sua fauna ed alzandosi di livello? Come cittadino non ho altri mezzi, se non quelli dell’indignazione e del mostrare quel che succede anche nella ancora civile città di Reggio.

Cara Redazione, dopo l’articolo del 3 ottobre scorso, nel quale segnalavo la devastazione del Crostolo ai piedi della diga di Rivaltella, e per il quale debbo ringraziare il Carlino per aver raccolto il mio appello, colti – come si suol dire – con le mani nella marmellata, anzi nel fango, e non potendone aggiungercene per rimediare, almeno hanno pensato di comprare un barattolo nuovo: sto parlando ovviamente di chi ha effettuato lo scempio – del quale peraltro non sono mai stati resi pubblici né le cause né gli obiettivi – che, in tempi rapidissimi, ha provveduto a mettere le cose al proprio posto:  nuovo letto – non quel misero canale che era prima, ma un letto più comodo, più largo -, alveo completamente spianato, rimossi tutti gli ostacoli che impedivano lo scorrere dell’acqua, fatta defluire l’acqua ormai stagnante dietro la diga.

Grande successo, e lo dico anche se si potrà obiettare che “era già previsto”. Restano, per me, oltre alle domande precedenti, i dubbi sulle modalità adottate: davvero occorreva distruggere completamente l’alveo esistente? Davvero occorreva radere al suolo tutta la vegetazione spontanea che si era creata nel tempo? Non esiste oggi, nel secondo decennio del XXI secolo, un modo più ecocompatibile per effettuare lavori in ambienti “protetti”? Non esistono specialisti in materia di ambiente che possano dare un contributo fattivo e concreto per un uso delle ruspe meno invasivo, se proprio necessario? Io mi auguro davvero che questa lezione, perché l’impatto mediatico è stato notevole dopo un lungo periodo di stagnazione – per restare in tema di impaludamenti –, di disinteresse, sia servita gli Enti preposti.

Mi auguro che davvero nei prossimi anni potremo assistere ad un miglioramento reale di questo sfortunato, ma ricco di storia e di natura,  Crostolo.

Andrea Agostini

Senza categoria on maggio 4th, 2011 1 Comment

A Sant’Ilario ci sono tre tesori, che sono di tutti noi e ci sono stati tramandati dai nostri vecchi:
il primo è il luogo stesso, bellissimo, con una vista impareggiabile ed una qualità della vita ineguagliabile, intatto da decenni e con una biodiversità che non ha uguali in tutta l’area metropolitana genovese.

E’ arrivato a noi grazie alla sapiente saggezza dei nostri vecchi che l’hanno curato senza stravolgerlo;
il secondo tesoro e’ l’Istituto Agrario Marsano.

Una scuola pubblica con operatori altamente qualificati, studenti in formazione e terreni di proprieta’ da far rendere ed utilizzare per sperimentare nuove colture e salvaguardare le specifiche produzioni agricole cadute in disuso.

Questo tesoro è arrivato a noi grazie alla generosità e alla lungimiranza del sig. Marsano che lo donò nell’ 800 alla Liguria.

Il terzo tesoro sono i terreni, le fasce ed il panorama che qualcuno vorrebbe  ”valorizzare” con una bella strada carrozzabile che  li renderebbe  preda della speculazione come già successo nella stessa Sant’Ilario ovest dove sono fioriti abusi e sequestri giudiziari.

A Sant’Ilario ci sono anche tre paladini della nuova strada carrabile.

Una paladina non vi abita ma sta dall’altro lato della collina dove la strada l’hanno già fatta e dove sono già fiorite villette, abusi, sequestri e vietatissimi ingorghi domenicali con le auto parcheggiate dentro l’atrio della chiesetta di San Rocco.
Visto il guaio che è successo a casa sua, come fa a volerlo anche dall’altra parte??
un  paladino  fa, anzi  faceva,  il floricoltore :della strada non ha mai avuto bisogno, ora che è in pensione gli serve ma la pretende fatta in casa dell’Istituto  Marsano  e pagata con le tasse di tutti.
Un altro paladino è  il proprietario delle aree agricole abbandonate che sono a picco su Bogliasco,  e guarda caso è proprio lì che andava e si fermava il primo progetto della strada, che non raggiungeva le case degli abitanti di Sant’Ilario che sono molto più sopra.

A Sant’Ilario est ci sono anche tre brutti ceffi.

Il primo è quel signore che di notte è andato a tagliare gli alberi del Campo Didattico di Conservazione delle Biodiversità Liguri dell’ Istituto Marsano, erano alberi protetti ma sventuratamente erano nati sul percorso della futura strada.

Il secondo  è quell’altro signore che ha ripetutamente aggredito e insultato anziane signore ree solo di avere una idea diversa, che ha rigato le auto dei residenti contrari alla strada (ci sono anche loro ma sono minacciati),
il terzo è quell’altro personaggio che ha commesso abusi edilizi trasformando delle vecchie legnaie in villette, e che ora reclama la strada come diritto per i vicini anziani.
Certo, questo comitato vive di molte ambiguita’,  ha parecchi scheletri nell’armadio e mostra le proprie ragioni con arrogante aggressività… minaccia sfracelli, lancia ultimatum al Sindaco e  blocca l’Aurelia dei pendolari che vanno al lavoro.
Stupisce ancora di più tutta questa attenzione della pubblica amministrazione a danno del pubblico interesse e delle maniere corrette di comportarsi…… ci sarà qualche rustico in regalo come nelle 5 terre??

Ma senza esagerare ed andare così lontano, basta riflettere su come si sono comportati a Sant’Ilario ovest dove la strada per San Rocco non  la volevano fatta in casa d’altri…ognuno ha donato una fetta del proprio terreno per realizzarla e sono andati dal notaio a metterlo nero su bianco. A Sant’Ilario est nessuno regala nulla, la strada la vogliono in casa dell’Istituto Marsano anche se poi non  arriva alle case degli anziani del  Poggetto di Sopra.

Comunque i comportamenti sbagliati di pochi non devono ricadere sugli altri abitanti di cui vanno soddisfatte le esigenze di mobilità .  Ma vanno soddisfatte in modo intelligente salvando la collina di Sant’ Ilario che è un patrimonio di tutti.
Resta la proposta già recepita dagli abitanti di Sant’Ilario ovest di costruire una cremagliera utilizzando i propri soldi e i finanziamenti della Regione che ha fatto una legge per favorire il superamento di certi disagi.
Una cremagliera sul lato est della collina non solo costerebbe meno, avrebbe anche un impatto minimo e sopratutto permetterebbe alle famiglie residenti nel nucleo storico e più popoloso della zona  di usufruire di un servizio non ottenibile con la progettata strada che ,con un costo pubblico di parecchi milioni di euro, servirebbe solo 12 nuclei familiari.
Certo,  se l’Amministrazione si impegnasse di più nel sostegno alle eccellenze pubbliche ( oltretutto a costo zero ) e la facesse finita di spendere risorse pubbliche a sostegno della speculazione fondiaria e immobiliare , si aprirebbe  una ” nuova stagione.

Felice Turturiello

Senza categoria on aprile 22nd, 2011 1 Comment

Storia di uno zombi ecologico

Il woodoo caraibico è una strana forma di animismo alla rovescia. Non è la fede nell’anima delle cose, ma un credo nelle cose senz’anima; non nella resurrezione di un morto alla vita, ma di un morto che rimane tale, in grado di muoversi e agire come un automa. Zombie è infatti lo Zwambeh, colui che esegue ogni tuo comando.

Lo scempio di cui vi parliamo è frutto della cattiva magia di stregoni burocrati e dissipatori del denaro pubblico. Così, quel che avrebbe dovuto essere un osservatorio sulle rotte migratorie degli
uccelli sulla nostra penisola, non è mai entrato in funzione, nonostante sia costato, per il momento, alla nostra Regione e quindi a tutti noi oltre un milione di euro. Uno Zwambeh senza comandi, abbandonato, saccheggiato e ora sotto sequestro.

Partiamo dall’ultimo atto. I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Napoli, su disposizione del Procuratore Capo di Vallo della Lucania, Giancarlo Grippo, mettono i sigilli a un immobile di tre livelli, color giallo itterizia, in cima a una rupe sul fiume Mingardo. La località, denominata Chiancone, è nel Comune di Centola. Un ecomostro finanziato dalla Regione Campania.

Il Codacons, nel 2009, denunciò lo scempio alla Corte dei Conti. L’ubicazione non era quella prevista nel progetto, infatti la posizione originaria era più indietro rispetto al bordo della gola e ribassata rispetto a quella poi realizzata che altera in maniera irreparabile lo scenario naturale delle Gole del Mingardo, praticamente ancora intatte; di fatto l’ecomostro è visibile a decine di chilometri di distanza da mare.


L’inchiesta coinvolse il Comune di Centola, l’impresa che eseguì i lavori e il direttore dei lavori. Il Comune di Centola ebbe un ulteriore finanziamento (500.000 euro) per la via d’accesso alla struttura con annesso parcheggio. Il reato ipotizzato è: “Danneggiamento delle bellezze naturali”.
La vicenda era iniziata nel 1998 con la donazione alla Regione Campania, da parte dell’Eni, di un vasto terreno nel Comune di Centola, che ancora ospita rare specie botaniche, tra le quali la Primula palinuri. Gli scopi di utilizzo del terreno da parte dell’Amministrazione erano più che condivisibili: “iniziative di pubblico interesse per la tutela ambientale e faunistica”.
L’accordo, del 19 ottobre 2001, fu firmato dalla Regione Campania, dal Comune di Centola, dall’Ente Parco del Cilento e dalla Comunità Montana Lambro – Mingardo, e approvato dalla Soprintendenza Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno. Il progetto prevedeva che l’edificio sorgesse in una zona impervia, consentendo l’uso di impianti a fune per la risalita dei materiali edili.
Il 21 giugno 2004 l’Appalto se lo aggiudica l’impresa Ati “Sacco Vincenzo e figli s.r.l. – Savi s.a.s.”, di Pontecagnano Faiano. Poco tempo dopo, una variazione di ubicazione sposta l’Osservatorio 50 metri più in su, a 385 metri. Ma non è questo il solo motivo della denuncia di associazioni come Altura e LIPU, che proteggono Uccelli Rapaci e Avifauna e i loro habitat.
L’edificio non è affatto un Osservatorio, afferma Altura in un suo comunicato. La costruzione di queste strutture ha regole precise, dettate dall’Ingegneria Naturalistica. La castrazione di un progetto in origine chiaro, va ricercata nel sottobosco politico amministrativo che spesso segna il destino di queste opere. Intrico che la Procura di Vallo della Lucania sta tentando di dipanare. Le Associazioni succitate ne chiedono l’abbattimento.
In questa vicenda vi è un paradosso: il committente delle opere è il Comune di Centola. La legge all’articolo 27 del T.U. dell’edilizia – DPR 380/2001 stabilisce che l’Amministrazione comunale vigila sull’attività edilizia. Il successivo articolo 31 impone al responsabile dell’abuso di demolire le opere abusive entro 90 giorni.

In mancanza l’opera viene acquisita al patrimonio del comune per l’abbattimento. In tale vicenda il controllato e il controllore coincidono con il risultato che l’opera non è stata abbattuta. Onde evitare di mantenere in piedi una struttura abusiva dichiarandone la “pubblica utilità” lanciamo un messaggio forte e chiaro chiedendo alla soprintendenza BAP di Salerno e Avellino nonché all’Ente Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano di non rilasciare il proprio nulla osta. Inoltre si chiede alla Corte dei Conti di indagare i politici ed i dipendenti locali per lo spreco del denaro pubblico nonché di non far partecipare la società appaltatrice alle prossime gare pubbliche.
Chiediamo altresì alla Commissione Europea Ufficio Infrazioni di Bruxelles di indagare su questo ennesimo episodio di sperpero di denaro pubblico che ahimé non è l’ultimo.

In fuga dalla città

Senza categoria on aprile 3rd, 2011 1 Comment

di Paolo Piacentini
Prima di iniziare a scrivere questo pezzo provo a sfogliare in modo distratto la Repubblica del lunedì e ad un certo punto mi ritrovo davanti una storia che sembra tratta dal film: Into the Wild. Il corpo di un ragazzo che era stato dato per disperso osi pensava rifugiato in qualche missione nella lontana Africa, viene trovato all’interno di una baita nel cuore delle montagne valdostane.

Un ragazzo pugliese che aveva deciso di trovare in mezzo alle montagne la sua dimensione ascetica vissuta, forse, con troppa radicalità; lunghi digiuni e preghiera in contatto diretto con la natura selvaggia più vicina, da sempre, al divino: le alte vette.

Il giornalista racconta di altre storie simili, per fortuna a lieto fine, che sembra stiano portando sempre di più i giovani, ma non solo, a scappare dal rumore quotidiano di una società tecnologica e post-moderna che sembra allontanarci da quella dimensione spirituale di cui l’uomo ha un estremo bisogno.

Tutto ciò ha rafforzato al mai convinzione su quanto sia importante il ruolo di chi come noi, attraverso la rivista o per il tramite di associazioni, cerca di promuovere stili di vita in cui il contatto diretto con la natura possa essere vissuto con equilibrio fin dall’infanzia.
Da un corretto rapporto con la natura, anche in città, può nascere e costruirsi quella ricchezza dello spirito capace di non farci vivere una sorta di schizofrenia tra una quotidianità alienata e lontana dai segni della natura e dalle emozioni che questo rapporto suscita e quel bisogno di fuga dalla realtà che ci porta ad inseguire nuove forme di eremitaggio.
Come raccontato attraverso il progetto “Appennino da Rivivere”, oggi molti giovani stanno decidendo di tornare a presidiare la montagna o le aree marginali e questo è un dato molto positivo perché non rappresenta una fuga mentre la storia come quella di Andrea Giardino ci da la misura di quanto sia malata la dimensione urbana del vivere.

Siamo più convinti di prima nell’alzare la voce verso le istituzioni per costringerle ad investire nel futuro facendo crescere il turismo outdoor in tutte le sue forme.

Michela Del Torchio

Senza categoria on aprile 3rd, 2011 1 Comment

L’eolico minaccia il Golfo di Oristano

Un tratto di costa incontaminato, un arco di roccia proteso sul mare blu cobalto. Ci troviamo lungo la splendida costa oristanese che ospita la spiaggia di Is Arenas, circondata da una bellissima pineta.

Si tratta di un incredibile patrimonio paesaggistico e ambientale, meritevole di attenzione e tutela, importante tesoro custodito da una Sardegna non ancora deturpata dal turismo di massa. A minacciare questo splendido territorio è il progetto di un nuovo parco eolico sul mare, a circa 30 miglia dalla costa.

Nello specchio d’acqua individuato per realizzare la grande centrale dovrebbero essere installati più di cento tralicci, alti circa centro metri. Pare che, per realizzare gli impianti la società abbia previsto un intervento a bassissimo impatto ambientale: senza neppure scavi a grande profondità o colate di cemento sul fondale. Le pale infatti dovrebbero essere galleggianti e sarebbero mantenute in equilibrio dalle correnti marine.

Ogni traliccio dovrebbe essere ancorato a pesi di cemento armato, che manterrebbero a galla tutti gli impianti senza devastare il mare. Non sono della stessa idea cittadini, ambientalisti, politici ed esperti della realtà locale, secondo cui, l’intero tratto di mare interessato posto tra Su Pallosu e S’Archittu – quasi 2200 ettari – subirebbe pesanti vincoli alla navigazione da diporto e alla pesca, comportando un forte impatto sul paesaggio, con i presunti “vantaggi” tutti da dimostrare.

Il progetto appare fuori da qualsiasi ipotesi ragionevole di pianificazione regionale in materia e, a questo proposito, sembra proprio che il fabbisogno energetico sardo non necessiti di un tale impianto, quasi sicuramente voluto per mere esigenze speculative. Sembra inoltre che la tecnologia impiegata nel progetto sia ormai superata da oltre dieci anni, in quanto possibile ottenere quantitativi di energia simile con l’impiago di un numero inferiore di macchine a costi notevolmente più bassi.

Da non dimenticare il rischio di apportare modifiche al flusso delle correnti e all’ondosità con irreparabili conseguenze per la popolazione di posidonia, così importante per l’ecosistema marino.

Augurandoci che l’energia pulita e alternativa possa essere coscienziosamente impiegata a favore dell’ambiente, libera da logiche economiche nefaste, ci uniamo a chi si oppone con forza al tentativo di violentare e deturpare una meravigliosa area naturale della nostra Penisola.

Giampiero Iafrate

Senza categoria on marzo 6th, 2011 1 Comment

Una strada senza perché sui Monti Ernici

Da buon escursionisti, domenica mattina siamo partiti da Mezzano, direzione Rifugio Faito! Non era la prima volta che ci avviavamo per quel sentiero. Lo avremmo riconosciuto e non ci saremmo mai potuti perdere! Dopo aver abbandonato lo sterrato ci siamo trovati davanti una strada.

E il sentiero? Dov’era finito? Completamente spianato, comodo per passarci con un fuoristrada, ma che spezza le gambe a chi ama la montagna! Scopriamo che qualcuno ha prolungato la strada bianca disintegrando le puddinghe e abbattendo qualche faggio per raggiungere quota 950 metri.

Per fare cosa? A detta di qualche camminatore incontrato casualmente, l’obiettivo è la realizzazione di un nuovo abbeveratoio… magari annessa cisterna per servire non si sa quali animali visto che intorno ci sono boschi e non pascoli. Pensiamo che l’obiettivo vero sia il Bosco delle Fate.

Incantevole nome con il quale è stato ribattezzato il Bosco Faito. Si tratta di alcuni chilometri quadrati di faggi enormi incontaminati, estesi su vari pianori e vallette tra i 1000 e i 1300 metri circa.

Segnare il bosco per poi ricongiungersi con una vecchia strada sterrata… si possono solo fare ipotesi, più o meno realistiche, ma ormai lo scempio è stato compiuto. La speranza e che chi di dovere, fermi l’avanzamento della distruzione del sentiero.

Massimo Civalleri

Senza categoria on marzo 6th, 2011 2 Comments

Altre pale eoliche sul monte di Garessio

Il parco eolico industriale che dovrebbe sorgere sul monte Mindino – dalla cui vetta si può ammirare un suggestivo panorama a 360 gradi – ha trovato nel comitato Mindino Libero un forte oppositore alla sua realizzazione.

La costruzione di 12 aerogeneratori di 97 metri al mozzo più 54 di pala, modificherebbe in modo irreversibile lo skyline percepibile dall’intero nucleo urbano di Garessio e degli immediati dintorni vallivi che, ad oggi, mostrano caratteri di particolare e peculiare bellezza; parliamo di tutto il versante sinistro della Valle Tanaro, dall’abitato di Garessio in direzione dell’allineamento Bric Mindino-Monte Antoroto e oltre, verso il Rio Valcalda e l’Alpe di Perabruna, area di insediamento di specie floreali e botaniche endemiche, di eccezionale ed unica importanza.

Un ambito territoriale che ricordiamo essere classificato dal vigente Piano Territoriale Regionale come “area ad elevata qualità paesistico ambientale”. Tra i motivi del “No” del comitato Mindino Libero non c’è solo il depauperamento del paesaggio montano ma anche la presenza di 5 aerogeneratori nella zona del Colle San Bernardo, l’unica adibita alla localizzazione di parchi eolici.

Ricordiamo che il vigente Piano Paesaggistico della Regione Piemonte sottopone alcune porzioni di territorio (SP178 da Garessio verso Valcasotto e versanti tra Garessio e Priola) alle direttive degli Artt. 30 e 32 delle Norme di Attuazione, che salvaguardano “gli aspetti di panoramicità, valorizzazione degli aspetti scenici, tutela delle relazioni visuali, riduzione delle pressioni di ogni tipo e conservazione attiva/mantenimento della connettività ecosistemica”.

Tra gli aspetti importanti sottolineati dal Comitato Mindino Libero c’è anche l’alto valore religioso e simbolico dell’area del monte Mindino–Prato Rotondo, meta di pellegrinaggio e di culto. Inoltre il complesso architettonico della Certosa di Val Casotto, facente parte del circuito regionale della “corona delle delizie” (residenze sabaude), oggetto di recente restauro e valorizzazione da parte della Regione, è al centro di un vasto progetto di tutela e riqualificazione ambientale-territoriale della zona.

Non solo: tutta la zona del Mindino riveste una notevole importanza archeologica, come si può evincere dalle scoperte di incisioni rupestri, coppelle e menhir, e come confermato dall’attività dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.
Purtroppo il versante sinistro della Valle Tanaro presenta i segni di interventi antropici che hanno già in parte profondamente modificato i connotati ambientali (numerose cave di massi da scogliera, le piste da sci di Garessio 2000 e i relativi complessi edilizi, in molti casi in stato di fatiscenza e di abbandono), motivo per il quale occorrerebbe individuare interventi di riqualificazione del territorio per sperare in una ripresa economica legata al turismo, anziché prevedere di agire pesantemente sulle realtà locali con la nuova iniziativa del parco eolico.

Segnalato da Massimo Civalleri del Laboratorio del Camminare Orizzonte Outdoor

TREKKING&Outdoor riceve il Premio per l’Ambiente Gianfranco Merli

Notizie dal territorio on dicembre 7th, 2010 No Comments

TREKKING&Outdoor è orgogliosa  di annunciare ai propri lettori che il Movimento Azzurro ha deciso di assegnare alla rivista e al Gruppo Clementi uno dei più ambiti riconoscimenti in campo ambientale.

Gianfranco Merli dedicò gran parte della sua attività pubblica ai temi della tutela dell’ambiente e del territorio, dando vita alla cosiddetta “legge Merli”del 1976, prima disciplina organica per la tutela delle acque superficiali e sotterranee, la quale rappresentò negli anni ‘70, allorquando il problema dell’inquinamento delle acque era esploso in tutta la sua drammaticità, una vera rivoluzione ambientale.

Oggi il Movimento Azzurro, associazione ambientalista riconosciuta dallo Stato, ricorda ogni anno l’impegno civile e politico di Merli, conferendo l’omonimo premio a Enti, organismi e singole personalità particolarmente distintesi per il loro impegno; e per contribuire ad una sempre maggiore sensibilizzazione alle esigenze ambientali del nostro tempo, ormai non più procrastinabili, in una prospettiva nazionale e mondiale.

Italo Clementi riceve il Premio Merli per l'Ambiente

Quest’anno il premio è stato assegnato, nella persona dell’editore Italo Clementi, alla rivista TREKKING&Outdoor “per la sua molteplice attività di informazione, documentazione e promozione di iniziative rivolte ad un sempre più vasto pubblico interessato alle questioni ambientali e tese a vivere la natura in prima persona. In particolare si vuole riconoscere la validità del Progetto Nazionale Città del Trekking, promosso al fine di rendere le nostre città più vivibili e di recuperarne gli aspetti culturali e sociali spesso sopiti.”

Ricordiamo che il progetto Città del Trekking, citato nelle motivazioni, è stato il primo progetto di trekking urbano integrato pensato in Italia con la finalità di unire le potenzialità del turismo lento e outdoor con quelle dello straordinario patrimonio artistico, storico e monumentale delle nostre città.

Proprio lo scorso 25 Settembre TREKKING&Outdoor ha inaugurato a Genova la prima giornata nazionale delle città del Trekking.

Il premio è stato consegnato nella solenne cornice della Sala delle Conferenze presso la Camera dei Deputati a Roma.

Le immagini del premio Merli

Il sito del Movimento Azzurro

Guarda le foto della giornata nazionale Città del Trekking su Facebook

Il premio

Roberto D’Arcangelo (Arneotrek)

Senza categoria on novembre 15th, 2010 1 Comment

Carissimi,
Facendo seguito alla Vostra bellissima ed entusiasmante iniziativa, vi invio alcune mie riflessioni e pareri su alcuni “paesaggi da salvare” che ho incontrato durante le mie escursioni.

-Le Masserie Fortificate

Il sistema delle Masserie Fortificate, sviluppatosi a partire dal XIV sec., costituisce il tessuto connettivo dell’architettura rurale e, assieme ai muretti in pietre a secco e ai Furnieddhi (tipiche costruzioni in pietra a secco), l’elemento caratterizzante del paesaggio agrario salentino.
E’ per questo che diviene ormai inderogabile una forte attenzione, se non addirittura il recupero da parte degli Enti Pubblici del paesaggio urbanistico-architettonico, con particolare riferimento agli edifici già adibiti a masserie, quale elemento significativo dei “nostri” beni culturali, assieme all’enorme patrimonio rappresentato dai villaggi fortificati messapici, dai monumenti megalitici, dall’edilizia religiosa (a partire dalle sorprendenti cripte bizantine) fino all’edilizia militare con i numerosi castelli e le decine e decine di Torri Costiere.

Villaggio Boncore,
Il Presidente Associazione ARNEOTREK
(Roberto D’Arcangelo)

Pietro Labate

Senza categoria on ottobre 20th, 2010 2 Comments

Spazio alle ruspe, cancellate le vie cave etrusche

Da anni ormai nella città dei papi si trova una facoltà universitaria ad
indirizzo Beni culturali, decine di studenti si laureano ogni anno con la
speranza di poter mantenere e salvaguardare il nostro patrimonio
archeologico, ma non a Viterbo. A Viterbo, l’etrusca Surrina, i beni
culturali ed archeologici sono un fastidio.

A Viterbo, citta sulla Via Francigena, i percorsi dei pellegrini, dove ci sono, sono devastati. A Viterbo, dove si trova uno dei più grandi centri storici, le auto la fannoda padrone.

Dovendo preparare un articolo per una rivista a carattere nazionale che si occupa di trekking ho iniziato a fare una ricognizione sulla vie cave o tagliate etrusche che circondano la città.
La strada Signorino, una delle più lunghe vie etrusche in assoluto, nella
parte iniziale sotto Pianoscarano ha il consueto contorno di erbacce che
nascondono in parte i devastanti rifiuti lasciati lungo il percorso, ma
tant’è, poco dopo partendo dal quartiere Salamaro invece di trovare la
via cava di Ponte Sodo, un cartello di cantiere incompleto informava
che il comune sta ampliando la strada stessa.

Pochi passi dopo, quella che fu una tagliata o via segreta degli Etruschi è stata
sconsideratamente cancellata; le querce abbattute per fare posto alle ruspe sono state infilate nel tratto iniziale del percorso etrusco, poco dopo metri cubi di sterro hanno riempito e coperto il tratto centrale, infine dulcis in fundo, le voraci ruspe hanno cancellato definitivamente uno dei percorsi che i nostri antenati usavano per le cerimonie sacre.
Certo, ora le inquinanti automobili avranno a breve una grande strada di
asfalto e cemento dove assediare incauti pedoni, certo gli etruschi sono
scomparsi da millenni, ma solo a Viterbo si cerca in tutti i modi di
offendere la memoria del primo popolo italico dell’antichità. Peccato che
nelle vicine Pitigliano e Sorano la vie cave sono dei luoghi dove i turisti
pagano un biglietto per visitarle, ma si sa, i Toscani sono venali…